La favola infelice delle cooperative sociali di tipo A

Di “esternalizzazionecooperativa” per i dipendenti del Monte dei Paschi sentiamo parlare molto, ma ne esiste un altro tipo, che riguarda varie attività affidate dal Comune di Siena alle cooperative sociali di tipo A.

Con centinaia di dipendenti sparsi per tutto il territorio svolgono un lavoro fondamentale per i servizi alla persona, l’assistenza psico-fisica verso i non autosufficienti, la cura degli anziani e l’educazione dei bambini negli asili nido e nelle scuole materne.

Fino a qualche anno fa tutti questi servizi venivano gestiti direttamente dall’ente pubblico; i lavoratori erano assunti con contratti a tempo indeterminato, stipendi dignitosi, tutelati dalle leggi e obbligati ad avere i requisiti e le qualifiche per svolgere determinati lavori.

Per molte ragioni politiche (il pubblico costa troppo ed è poco efficiente, mentre privato è bello) gli enti cominciarono ad affidare questi servizi a cooperative che si formavano allo scopo.

La ragione dichiarata era, ed è tutt’ora, di fare risparmiare il Comune, ma a spese dei lavoratori.

Diverso il caso delle cooperative sociali di tipo B, che hanno lo scopo di consentire l’inserimento lavorativo di categorie svantaggiate, e svolgono una funzione importantissima, operando in situazioni molto difficili che richiedono una dedizione personale pressoché introvabile nel pubblico.

Distinguendo fra le due diverse tipologie di cooperative, bisogna dire che quelle di tipo A si sono prestate a critiche motivate, come quella che ci hanno raccontato diversi operatori:

“ Spesso adottano nomi  rassicuranti ed evocano uccelli  portatori di primavera, eventi atmosferici meravigliosi, figure mitologiche grandiose.

Nella realtà la condizione economica e lavorativa di chi ne fa parte ha ben poco di primaverile e positivo. Gli stipendi di una gran parte dei lavoratori si aggira sui  700-800 euro per i soci, con condizioni ancora  peggiori per i collaboratori a progetto.

Il meccanismo di assunzione per coloro che vogliono entrare a farne parte è piuttosto semplice, se si manda un curriculum per mail è difficile che  venga preso in considerazione, se hai un amico o conoscente che già ne fa parte hai più probabilità di fare un colloquio. Dopo questo passaggio hai buone probabilità che tu venga richiamato e inizialmente vieni assunto con contratto a progetto o similari, con poche ore settimanali e a poche decine di euro. Nel contratto apparirai come un generico “educatore”, poco importa se sei laureato in psicologia, assistente sociale, scienze della formazione o la laurea non ce l’hai proprio, per loro sei un “educatore”. Le cooperative un po’ più serie, visto la delicatezza di alcune mansioni, ti chiedono la fedina penale altre no.

Poche settimane dopo se vuoi continuare uno dei “capi” si avvicina e con una pacca sulla spalla ti dice che hai lavorato molto bene e che hanno bisogno di forze nuove. Ecco quindi che ti propongono di diventare socio con un bel contratto da dipendente.

Ti senti felice e soddisfatto e ti autoconvinci che sei stato davvero bravo senza chiederti come abbiano fatto a saperlo, vista la pressoché totale assenza di controlli. Giunto a fine mese, nel caso ti arrivasse lo stipendio (visti i ritardi nei pagamenti degli enti pubblici verso le aziende e  le cooperative stesse),  scopri però che lo stipendio è ben sotto le tue aspettative, che gli straordinari sono stati messi in “banca ore” e che circa metà del tuo stipendio che il Comune versa  alla cooperativa finisce alla cooperativa stessa.

Dopo un po’ di tempo, come ogni cooperativa che si rispetti, ci sono le elezioni del rinnovo del CDA e le stesse persone che ti hanno assunto ti si riavvicinano proponendoti miglioramenti lavorativi, più ore da fare nello stesso posto, lavori meno faticosi ecc. in cambio ovviamente del tuo voto; dipendendo  totalmente dalle loro decisioni ti senti ricattato. Cominci a lavorare contro voglia, vorresti andare dal sindacato, ma spesso le stesse persone che ti hanno assunto fanno parte loro stesse del sindacato o hanno poltrone politiche, ti chiedi quindi se ne vale la pena continuare fare lavori anche molto pesanti per così pochi euro.

Provi quindi a parlarne con i colleghi, loro ti danno ragione ma nessuno è disposto a metterci la faccia, anche se sono pochi spiccioli sono sempre meglio di nulla, anzi qualcuno ti suggerisce di stare pure zitto per evitare di rovinare tutti quanti. La situazione diventa sempre peggiore, i capi cominciano a farti pressione facendoti lavorare meno o isolandoti fino a che non sei costretto a lasciare. Nessuna differenza fa se le cooperative sono “rosse” e  “bianche”, che serve solo a stabilire quale tesserina di partito deve avere in tasca il capetto di turno con la tesserina di partito ma senza un briciolo di qualifica. Per lavorare nel sociale bisogna avere delle qualifiche e la meritocrazia  non è né di destra né di sinistra!”

E’ vero che non  tutte le cooperative sono così, ci sono delle piccole coop che fanno immani sforzi per sopravvivere e chi le ha create crede veramente nella loro funzione sociale, ma una riflessione sull’eccessivo utilizzo delle esternalizzazioni, sulla scarsa attenzione alle condizioni dei lavoratori e alla qualità del servizio agli utenti è doverosa.

Proponiamo perciò che si cominci con alcuni atti concreti:

1)      affidare gli appalti non tanto alla cooperativa che fa l’offerta più bassa, ma a quella che offre garanzie di un servizio qualificato al cittadino utente, sia l’anziano in una casa di riposo, sia il bambino dell’asilo nido;

2)       verificare secondo il servizio, se conviene davvero dal punto di vista economico esternalizzare ad una cooperativa o avvalersi di dipendenti pubblici;

3)      porre un limite alle mega cooperative con centinaia di soci, dove presidenti, segretari,  responsabili del personale eseguono lavoro d’ufficio senza essere impiegati direttamente nei servizi sociali: fanno aumentare i costi e sono poltronifici per il politico di turno;

4)      porre fine agli evidenti conflitti di interessi: se sei presidente di una coop non puoi anche essere allo stesso tempo un consigliere comunale, assessore, dirigente di sindacato ecc;

5)      Garanzie reali e verifiche sul rispetto dei diritti dei lavoratori e della qualità del servizio offerto, pena il ritiro dell’appalto.

Laura Vigni, candidata Sindaco

Ernesto Campanini, candidato nella lista Sinistra per Siena

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